''The Observer''
A cura di Ernesto Valerio |
Nella vita, da giovani come da trentenni al di là del muro domestico, ci sono dei periodi in cui si deve necessariamente fare di necessità non solo virtù, ma anche arte, occasione e riscatto. Stavi lavorando, era tutto in crescita, il mondo (non solo economico) ti sorrideva e ti balena, tra capo e collo, una crisi terribile: il capo fugge, con moglie e quattrini, l’azienda sbanda, tutto va in malora, tuo umore compreso. E ti ritrovi a vendere casa, a cancellare il mutuo e a tornare in affitto: non si sta poi male in uno spazio più piccolo, vero? Le bollette vengono meno, la banca non pressa, conosci nuovi e spesso giovani vicini. Tutto questo ambaradàn, perché? Per i distinti: piccoli, di ferro oramai logoro, rumorosi di ruggine e ricordo. I distinti in cui eravamo in “affitto” anni fa, sognando la curva non solo come casa ma soprattutto come concetto: ce lo portavamo scritti addosso che eravamo della curva, e lì volevamo andare/tornare. Ma la crisi per l’uomo qualunque succitato, colpisce tutti, indistintamente. E come lui ha saputo trasformare la delusione e la depressione del lavor-perduto, così noi dobbiamo saperci ritrovare col sorriso di nuovo in affitto, dopo aver per tanti anni (e con successo, il più delle volte! Ricordiamocelo sempre) “pagato” il mutuo della curva, costruita di gradoni di cemento al sapore di fumogeni, di sudore, di qualche lacrima di tristezza ma tantissime di gioia. È un mutuo che, visti i tempi, non possiamo permetterci; ma non per mancanza di lotta, di voglia, di forze o di passioni, ma per la semplice constatazione che nella crisi ci si ritrova in pochi, l’individualismo avanza e la scatoletta di tonno che prima si divideva in sei ora viene logorata dalle voglie di uno. Per cui, personalmente, mi sento di tornare in affitto, ma non lo vivo come una regressione, come una morte, come un fallimento; anzi, lo vedo come la concretizzazione della costante, lungimirante ed umile capacità di lettura (del tempo e della società) del gruppo ultras frentano, che ha SEMPRE fatto di necessità non solo virtù ma, appunto, arte, occasione e riscatto. Entrai nei distinti la prima VERA volta in uno stadio; guardavo alla curva, l’ho vissuta, amata, coccolata e ne ho viste le labbra arricciate degli ultimi tempi. Per questo, e per stringermi di nuovo in quel rugginoso abbraccio, do il bentornato al settore di un tempo, “uno” che è contemporaneamente passato, presente e futuro. Avanti Ultras, a Ravenna per la salvezza, chiudendo gli occhi e ricordando (lo cito perché l’ho sognato qualche notte fa e ne va dato atto) il buon Mulet che proprio verso i distinti veniva solitario a salutarci in tempi simili a questi, mentre sventolava timido un vessillo argentino alle mie spalle. Ernesto Valerio |